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Divorzio breve e scioglimento della comunione dei beni

La legge sul divorzio breve ha aggiunto un nuovo comma all’articolo  191 c.c., con il quale anticipa lo scioglimento della comunione dei beni. Se prima occorreva aspettare la fine del processo e dunque la sentenza di separazione (in caso di separazione giudiziale) o l’omologa (in caso di separazione consensuale), ora sin dall’udienza Presidenziale, dove i coniugi sono autorizzati a vivere separati, si verifica l’automatico scioglimento della comunione legale.

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I nonni non hanno diritto all’affidamento dei minori di coniugi separati

Per le domande di affidamento nel procedimento di separazione e divorzio, il nuovo art. 155 c.c., novellato dalla Legge 8 febbraio 2006 n. 54, si è limitato ad affermare che, in caso di separazione tra i genitori, il figlio minore ha non soltanto il diritto “di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi” ma anche “di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale“. La norma, indubbiamente, riconosce e valorizza il ruolo dei nonni nella vita dei nipoti, attribuendogli un sicuro rilievo non soltanto in linea generale, ma anche nella prospettiva del conflitto tra i genitori.  Per quanto la disposizione sia protesa a favorire l’ambiente domestico e con esso l’equilibrio del minore nel suo complesso, dalla stessa non può essere argomentata, in capo agli ascendenti, una legittimazione piena e diretta nei processi di separazione e divorzio. La finalità della norma, infatti, è incentrata sul diritto del minore, ma non attua un simmetrico riconoscimento in capo agli ascendenti, nonni,  del diritto all’affidamento del minore qualora i genitori, coniugi separati, non siano più in grado di provvedevi. Tanto al fine di salvaguardare la posizione del minore, assicurandogli una positiva e serena crescita, ed evitare che subisca eccessivi contraccolpi a motivo del contrasto familiare (lontano, dunque da conflitti interfamiliari) diventandone vittima incolpevole. E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, prima sezione, con sentenza n. 8100 del 20 aprile 2015.